Margaret Sullivan: giornalismo tra crisi e prospettive future

La relazione tra media, democrazia e credibilità è sempre più complicata. Lo dimostrano le recenti vicende nelle redazioni dei giornali americani, in cui la protesta di #BlackLivesMatter è entrata con conseguenti clamorose dimissioni, come quelle di James Bennet, capo degli editoriali del New York Times. Margaret Sullivan, giornalista editorialista esperta di media del Washington Post, ce ne ha parlato ieri, lunedì 8 giugno, in occasione dell'incontro con il nostro Master in giornalismo in diretta streaming sulla pagina Facebook dell'Università di Torino.

La giornalista americana a luglio pubblicherà il suo primo libro: “Ghosting the News: Local Journalism and the Crisis of American Democracy”: un agile paperback di centocinque pagine che si interroga sui rischi che il declino dei giornali - specialmente quelli locali più in difficoltà economiche - rappresentano per la società. Ce ne ha parlato in anteprima.

https://twitter.com/Sulliview/status/1269709071055233024

Durante la diretta live la giornalista, introdotta dalla public editor de La Stampa e direttrice delle testate del Master in giornalismo di Torino Anna Masera, ha interloquito con gli studenti del Master. Dopo i saluti istituzionali di Stefano Geuna, rettore dell’Università di Torino, Christopher Cepernich, direttore scientifico del Master e delegato alla comunicazione dell’Università di Torino, Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte e di Marco Castelnuovo, direttore di Corriere Torino, Sullivan ha esordito con un pensiero per l’Italia. “Amo il vostro Paese, ci sono stata spesso e mi piacerebbe fare un discorso per il vostro diploma dal vivo e andare con voi poi in un bel ristorante e bere il vostro vino. Ma ora facciamo quel che si può”. 



Il giornalismo locale

L’intervento di Sullivan si è focalizzato su un particolare ramo del giornalismo e sulla sua crisi. “L’uso di Internet, il declino della pubblicità sui quotidiani, insieme alla perdita di fiducia da parte dei lettori sono alcune delle ragioni che hanno messo in ginocchio il giornalismo locale”. Sullivan ha ricordato la sua esperienza al The Buffalo News, testata locale nello Stato di New York, dove lei ha iniziato da stagista e risalito la china fino a ricoprire il ruolo di direttrice. “Avevamo circa 200 persone che lavoravano per il giornale realizzando ricavi per 1 milione di dollari. Oggi molto di tutto questo è cambiato. Dal 2004 molti giornali hanno chiuso, altri sono diventati fantasma - da qui il titolo del mio libro. Si tratta di un fallimento che ha conseguenze sulle opportunità per i giovani giornalisti come voi”. 

Da qui un importante nodo da sciogliere. Quello della fiducia e della credibilità. “Il giornalista deve capire i bisogni dei cittadini, della realtà che lo circonda. Deve avere una relazione più stretta con le comunità. Altrimenti il lavoro di informazione prodotto non verrà riconosciuto. E nessuno sarà disposto a sostenerlo e pagarlo”.

Proprio per questo bisogna essere in grado di accogliere le novità e ascoltare chi legge. “Mantenere i lettori è molto difficile. Ma dobbiamo far capire loro che il giornalismo locale è indispensabile. Negli Usa ci sono testate locali che lo stanno facendo bene. E questo perché non si considerano più unicamente come prodotti stampati bensì si servono, in modo appropriato, anche di altri strumenti del mondo digitale”.

I giornalisti non sono stenogafi

Sullivan ha messo in guardia gli studenti. “Il giornalismo non è mai stato un mestiere semplice: non garantisce un modo facile di guadagnare soldi. Tuttavia, se siete pronti a lavorare duramente, non ho dubbi che sarete capaci di avere successo e cambiare le cose nelle vostre comunità”.

Per questo è necessario però anche rivalutare la figura del giornalista, che non deve essere confusa con quella dello stenografo. Tutt’altro: il giornalista deve coltivare dei valori. Che non significa mischiare fatti e opinioni: “Ogni volta che portiamo dei fatti sul tavolo li stiamo accompagnando con una nostra interpretazione. E non c'è modo di evitarlo. Dobbiamo però cercare di essere giusti, cercare la verità, cercare di essere imparziali. Non posso raccomandare che i giornalisti siano anche attivisti, le due cose non possono convivere, però possiamo stare dalla parte dei diritti civili, della giustizia e dell'uguaglianza senza dover chiedere scusa a nessuno”. 

Coltivare le abilità

La media editor del Washington Post ha riflettuto sulle nuove esperienze di giornalismo. “Nel mio libro parlo di una comunità del Michigan, che abita vicina a Detroit, dove una donna con un dottorato ha dato vita a un'organizzazione giornalistica composta soltanto da citizen journalists. Casalinghe e persone in pensione. Lei ha insegnato loro come essere giornalisti. Non vengono pagate molto ma stanno avendo successo. Penso sia un modello interessante”. 

Secondo Sullivan per affrontare le sfide di oggi il valore del giornalista non dipende dal mezzo ma dalle proprie capacità. “Tutti i tipi di media hanno qualità positive. Ma ciò che è fondamentale è essere bravi a servirci delle nostre abilità”. La giornalista ha citato la sua esperienza - “so che il mio modo di fare giornalismo è quello di scrivere”- , sottolineando però come sia fondamentale unire competenze trasversali. “Impegnarsi in prodotti diversi come video o podcast aiuta. Unire queste capacità al giornalismo tradizionale vi darà opportunità”.  Sullivan ha citato agli studenti del Master un caso concreto. “Negli Stati Uniti c’è una serie di podcast chiamata In the Dark realizzata da podcaster che si sono trasferiti in Mississippi e hanno lavorato a un caso di un uomo che si professava innocente, dopo essere stato accusato ingiustamente di omicidio. Grazie a questi podcaster, lui è stato liberato. Un esempio del potenziale delle proprie abilità. Non è tanto il mezzo che usate per il vostro lavoro giornalistico a fare la differenza”.

Trump e le elezioni di novembre

Sullivan ha dedicato una parte del suo intervento alla situazione americana, al delicato rapporto tra i giornalisti e Donald Trump. “Da anni attacca i media. Fa parte del suo modo di essere presidente. Si rende attrattivo agli occhi di chi lo vota. Soprattutto delle persone che non si fidano dei giornalisti e che sono felici di questi attacchi”. 

Secondo la giornalista la decadenza del giornalismo locale non ha aiutato questa situazione: “Non si conoscono più i giornalisti nelle comunità locali e ciò diffonde ulteriormente l’idea di elitarismo, di incomprensione con il pubblico”. A questo problema se ne aggiunge un altro, che deriva da un certo uso dei social network e dalla diffusione delle fake news sulle piattaforme online. “Hanno responsabilità riguardo alla disinformazione. Penso che Twitter abbia fatto un lavoro migliore di Facebook, controllando le pubblicità politiche nel loro contenuto, spesso false. Per quanto riguarda Donald Trump, Facebook ha sbagliato, perché ha permesso la diffusione di disinformazione”.

Sullivan ha risposto infine a una domanda sulle presidenziali americane di novembre. Ma ha messo in chiaro di non volersi sbilanciare in previsioni. ”Mi sono ripromessa di non farlo più, perché non avrei mai pensato che Trump potesse vincere nel 2016. Nel novembre di quell’anno stavo scrivendo un pezzo in cui parlavo di come le persone latinoamericane avrebbero aiutato Hillary Clinton a vincere. Mi sbagliavo”.   

Secondo la giornalista il supporto di cui il presidente americano gode rimane alto. “Lui stesso dice che le persone sono così leali che se andasse a sparare per strada a qualcuno loro continuerebbero a seguirlo. La domanda da porsi è: ci sono persone in questi anni che hanno votato per Obama e successivamente per Trump. Che cosa faranno a novembre? Queste persone potrebbero cambiare il risultato delle elezioni”.

https://www.youtube.com/watch?v=-2lv95Gfu-E

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